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Raccontare con uno scatto

febbraio 15, 2013 da redazione

foto di Danilo Calogiuri
foto di Danilo Calogiuri
foto di Danilo Calogiuri
foto di Danilo Calogiuri

 

Danilo Calogiuri, fotoreporter di guerra, nato a Lizzanello e fondatore dell’Agenzia di informazione fotografica Whiroo, ci racconta la sua passione per un mestiere affascinante che sta attraversando, nel nostro Paese, un momento storico difficile

Quando è nato il tuo rapporto con la fotografia?

Molto presto, una passione nata da ragazzo, ho cominciato con una Nikon F4, che conservo e ogni tanto utilizzo ancora. Partito come  volontario nell’esercito a diciannove anni, mi presentai in caserma con al collo la mia macchina fotografica. Il comandante, incuriosito, mi chiese qualche giorno dopo, di scattare delle foto agli allievi ufficiali e da lì è cominciata la mia storia di reporter. Ho realizzato alcuni calendari per l’esercito e quando si andava in missione all’estero documentavo le operazioni militari.

Sei diventato quindi un combat camera. Qual è stata la prima missione di guerra?

È stata in Kossovo, però la guerra era già finita da due anni. Anche se il pericolo non mancava per via di scontri dovuti alla criminalità molto presente, soprattutto nelle zone dove arrivavano gli aiuti umanitari. Poi sono passato in Afghanistan: lì è stata dura, ho subito anche un attentato. Ogni notte se non c’erano i caccia che bombardavano, c’erano i talebani che sparavano con i mortai. Sono stato il primo militare ad arrivare come fotografo a Bala Murghab, l’ultimo avamposto italiano nel nord dell’Afghanistan, tristemente famoso per l’uccisione di molti soldati italiani. Eravamo partiti da Herat con un convoglio di un centinaio di mezzi, guidati da afghani, circa 500 km di strada in sei giorni. La sera si dormiva sulle collinette con il rischio costante di essere attaccati. Il terzo giorno lungo il costone di una montagna avevano piazzato delle mine, che esplosero al nostro passaggio; per fortuna era il primo periodo in cui venivano utilizzati nuovi mezzi blindati, per cui il camion si capovolse soltanto, io riportai danni all’udito e tutta l’attrezzatura fotografica andò distrutta. Rimasto con la mia Nikon F4 e quello che riuscì a recuperare in giro completai il lavoro. Una foto è stata anche pubblicata dal New York Times. 

Lavorando in zone di conflitto, si subiscono censure? Si rischia di fare da strumento di propaganda delle varie parti?

Sì, e questo è il motivo per cui ho deciso lasciare l’esercito e diventare un giornalista freelance. In Italia, non palesemente, ma la censura è forte, i mezzi di comunicazione danno spesso informazioni distorte. Le mie foto erano filtrate dall’ufficio stampa dell’esercito. Quando siamo arrivati a Bala Murghab non c’era nulla, gli americani avevano da poco occupato un ex cotonificio senza tetto e lì, abbiamo costruito una base, ma dormivano nei mezzi; sono rimasto in tutto sette mesi, e spesso senza cibo, né acqua. Ero pronto a quel sacrificio perché credo nel mio lavoro, ma non potevo accettare che la realtà che volevo raccontare, arrivava sui giornali completamente distorta. 

Ora sei direttore dell’agenzia di informazione fotografica Whiroo.

Whiroo è un’organizzazione di fotografi freelance che ha inviati in Afghanistan, Africa, Nord e Centro America. Nasce proprio dalla voglia di fare informazione libera, non filtrata dalla politica.  Nonostante ogni storia possa contenere delle influenze personali, noi cerchiamo per quanto possibile di essere obiettivi. Durante l’ultima esperienza in Medio Oriente ho aperto un blog, raccontando passo dopo passo quello che è successo. Il lavoro di un reporter dovrebbe essere quello di andare a fondo in una situazione e poi tirare delle conclusioni. In Italia questo spesso non si verifica e ce ne accorgiamo da quello che sta accadendo in Siria. Ora ci sono due schieramenti, da un lato il governo di Assad dall’altro il Free Syrian Army. Le informazioni che arrivano in Italia sono filtrate. Solo andando sul posto ci si può rendere conto di ciò che sta realmente accadendo. Il territorio siriano è strategicamente molto importante, perché vicino all’Iran, perciò la Nato e quindi la maggior parte dei paesi occidentali, ha interesse ad entrare  in Siria e a mantenere una situazione interna di instabilità.

Quando, secondo te, una foto non va pubblicata, c’è un limite etico da rispettare?

Quest’anno ho partecipato al Word Press, il premio internazionale di fotografia. Osservando le foto vincitrici degli ultimi anni si nota che ciò che le accomuna è la crudezza, il sangue. Un limite esiste, ma molti lo superano. Io, nelle mie foto, ho deciso di raccontare la realtà senza dover ricorrere a cadaveri e bambini uccisi. Ho intitolato il mio reportage “Cadono le bombe” perché durante il giorno, cerchi di ritrovare una dimensione di normalità anche in situazioni estreme. Dopo due anni di guerra devi cercare di farlo, perciò si va a fare la spesa nei piccoli negozi rimasti aperti, i  bambini giocano tra le macerie, tra i carri armati distrutti. Questa normalità viene interrotta qualche minuto da un aereo che sorvola il cielo, ti fermi, controlli, poi cerchi di continuare. Ho cercato di andare controtendenza, sono consapevole che  non è la stessa cosa, è chiaro che più una foto è cruda, più è d’effetto e si vende.

In guerra si è esposti al dolore e alla paura. C’è il pericolo di assuefarsi al dolore, alle sofferenze degli altri?

No, non ci si abitua. Provo una grande tristezza ogni volta che vedo una scuola o un ospedale distrutto. È  inaccettabile che, come accade in Siria, siano i civili a dover pagare le conseguenze di una guerra scelta da altri.

Prossima meta?

Sto programmando un viaggio in Mali  anche se al momento i francesi hanno chiuso il fronte di guerra, quindi andare per raccontare  solo ciò che fa l’esercito non è ciò che mi interessa. C’è una censura estrema in questi giorni su ciò che effettivamente sta accadendo in Mali.

Tra i vari settori di cui la tua agenzia si occupa, c’è anche la fotografia sportiva. Anche questa una passione?

Sì, dopo aver lasciato l’esercito sono stato per un certo periodo in Costa Rica e lì mi mantenevo facendo foto ai surfisti, oltre che praticare il surf. Lo scorso anno sono stato chiamato per la tappa nazionale di kitesurf, svoltasi ad Otranto. Un nostro obiettivo sarebbe quello di creare un team ufficiale di atleti di Wirhoo, anche se la crisi ci ostacola non poco.

Un ricordo particolare di un tuo viaggio, un episodio curioso vissuto.

Oltre a reportage di guerra, ho realizzato un reportage ad Istanbul  ed ho girato buona parte del Centro America con macchina fotografica e tavola da surf. Sono partito dal Costa Rica, poi sono sceso giù  a Panama, Nicaragua, Honduras, ed ho fatto un pezzo di viaggio a bordo di un camion con un ragazzo camionista. Lì fa molto caldo. Per entrare in Nicaragua dovevamo attraversare dei paesini  piuttosto pericolosi per via della criminalità, e mi consigliò di indossare maglietta a maniche lunghe  per coprire i  tatuaggi, poichè in quei posti una persona tatuata viene associata ad un criminale. Ed infatti , lungo il viaggio, la polizia ci fermò ed ovviamente per via dei miei tatuaggi, scambiato per uno spacciatore,  i controlli furono fatti a me che neanche fumo!

Giuliana Scardino
giuliana@alambicco.com