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Poetix - Martha Medeiros

luglio 10, 2014 da redazione

Che la poesia sia oggi ritenuta questione elitaria è un fatto ben noto. Che la diffusione dell’opera poetica sia strettamente connessa all’importanza e alla notorietà del suo autore lo è ancor di più. Oggi infatti, non esiste più la poesia in quanto tale, esistono solo i poeti o coloro che così vengono definiti e questo, pur non essendo il caso da noi trattato, conferisce alla poesia una immagine austera e di limitata diffusione, che allontana sempre di più il lettore da questa sublime forma di espressione letteraria. Martha Medeiros, nata a Porto Alegre, in Brasile, il 20 Agosto 1961, è una famosa giornalista e scrittrice brasiliana. Iniziò la sua carriera nel campo della pubblicità, come copywriter e direttore creativo in diverse agenzie brasiliana, ma presto, la passione per la letteratura e per la scrittura, presero il sopravvento. Si trasferì per nove mesi in Cile, dove si dedicò completamente all’arte poetica. Fatto ritorno nella terra natia, la scrittura divenne la sua principale attenzione e, parallelamente all’attività di giornalista, continuò a scrivere e a pubblicare diversi testi. La sua produzione letteraria non comprende solo poesie, ma lascia spazio anche a libri di cronaca, romanzi e testi teatrali, alcuni dei quali sono poi diventati delle serie televisive molto note in Brasile. Un testo in particolare, pubblicato nel 2000, attrae maggiormente la nostra attenzione. Si tratta di una poesia dal titolo A Morte Devagar, letteralmente una morte lenta, ma meglio conosciuto con il titolo, ormai noto a tutti, di Lentamente muore.
L’opera è stata erroneamente attribuita a Pablo Neruda e, pur non comprendendo le cause dell’errore attributivo, ebbe una vastissima diffusione fra i lettori del poeta. Martha Medeiros, che ne rivendica giustamente i diritti, vive attualmente in Brasile, continua a lavorare come giornalista e vanta ormai più di venti pubblicazioni, anche se in Italia, non a caso, il suo pensiero e le sue opere sono patrimonio di pochi eletti.
 

Lentamente muore

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell'abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente
chi fa della televisione il suo guru.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle "i"
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo
quando è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l'incertezza
per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita,
di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore
chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in sé stesso.
Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio,
chi non si lascia aiutare
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce
o non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore
del semplice fatto di respirare.
Soltanto l'ardente pazienza
porterà al raggiungimento di una splendida felicità.


Paradossalmente il titolo, Lentamente muore, è in realtà un inno alla vita. Il lessico semplice e diretto conducono le parole a riflettersi come immagini scalpitanti sull’animo del lettore, versi ardenti scritti col fuoco sulle difficoltà della vita. Un invito rivolto a ognuno di noi ad avere il coraggio di essere noi stessi e a rifletterci nelle nostre azioni. Un invito a osare e a cambiare, a difendere e a lottare, a credere nelle nostre idee diffidando da chi ci vuole inetti e uguali.
La risorsa più importante, infatti, è già dentro di noi, la vera rivoluzione siamo noi, il nostro stesso modo di affacciarci al mondo, la voglia di divorare la vita, di creare, di cambiare, di cercare senza mai stancarsi di farlo, soprattutto quando ogni cosa si fa più scura. Gran parte delle nostre azioni sono volta a fuggire la morte e a vivere, ma quanti di noi vivono e possono vivere?
La frenesia e l’insicurezza ci abituano a vite che non sentiamo nostre, spengono le speranze, schiacciano il coraggio e ci rendono muti e impauriti di fronte a qualsiasi bellezza. In questo vuoto d’animo risuonano a feste le parole della Medeiros, lo spingono ad uscire fuori, ad abbracciare la vita e il nostro stesso essere perché a volte spingiamo lo sguardo così lontano verso l’orizzonte che perdiamo di vista ciò che è già accanto a noi e che rappresenta la nostra più grande ricchezza: noi stessi!

Luigi Patarnello