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Poetix: Fernando Antonio Nogueira Pessoa

dicembre 12, 2013 da redazione

In un mondo che non ci accetta per ciò che siamo ma solo per ciò che dobbiamo essere, capita di perdere noi stessi, di non sapere più chi siamo davvero, cosa vogliamo, quale parte di noi stiamo nascondendo e quale invece mostriamo alla luce del sole. Nessuno più si guarda con i propri occhi e ognuno sembra specchiarsi nello sguardo altrui, come se non fossimo capaci di ascoltarci e di vederci da soli, come se la nostra stessa anima fosse un luogo misterioso, un labirinto che conduce alla follia, qualcosa che addirittura non ci appartiene e ci spaventa.

«Mi sono moltiplicato per sentire, per sentirmi, ho dovuto sentire tutto, sono straripato, non ho fatto altro che traboccarmi, e in ogni angolo della mia anima c’è un altare a un dio differente.» Così scrive Alvaro de Campos, uno dei tanti eteronomi di Fernando Antonio Nogueira Pessoa, fra i più grandi e misteriosi poeti del Novecento.

Pessoa nacque a Lisbona il 13 Giugno 1888. Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1893, si trasferì con la madre ed il suo nuovo compagno in Sudafrica, dove trascorse l’intera giovinezza e intraprese i primi studi. Fece ritorno a Lisbona nel 1905 per iscriversi al corso di Filosofia della Facoltà di Lettere e, dopo una disastrosa esperienza editoriale, trovò lavoro come corrispondente di francese e inglese presso varie ditte commerciali, occupazione che mantenne per tutta la vita. Nel 1915 fondò, insieme ad altri intellettuali, la rivista Orpheu, che riprendeva e rilanciava le esperienze futuriste e cubiste.

Quasi l’intera opera di Pessoa si diffuse solo dopo la sua morte, avvenuta il 30 Novembre 1935 a seguito di una crisi epatica, fatta accezione per la raccolta poetica Mensagem (Messaggio), apparsa nel 1934 e curata interamente dallo stesso autore. Dopo la morte di Pessoa, vennero rinvenuti in un baule all’interno della sua abitazione numerosi componimenti poetici e prosastici, diffusi nel mondo nel 1940, furono accolti con favore dal pubblico e rappresentano oggi l’immensa eredità culturale che Pessoa donò ai posteri.

Le Isole Fortunate

Quale voce viene sul suono delle onde 
che non è la voce del mare?
E’ la voce di qualcuno che ci parla,
ma che, se ascoltiamo, tace,
proprio per esserci messi ad ascoltare.
E solo se, mezzo addormentati,
udiamo senza sapere che udiamo,
essa ci parla della speranza
verso la quale, come un bambino
che dorme, dormendo sorridiamo.
Sono isole fortunate,
sono terre che non hanno luogo,
dove il Re vive aspettando.
Ma, se vi andiamo destando,
tace la voce, e solo c’è il mare.

Un posto di rilievo nell’opera e nel pensiero di Pessoa spetta ai suoi eteronomi (Alberto Caeiro, Ricardo Reis e Álvaro de Campos, comparsi per la maggior parte nel 1914) che non rappresentano soltanto semplici nomi a cui l’autore affida le sue produzioni, ma assumono, proprio per merito di Pessoa, una vita propria, una dimensione sociale entro la quale instaurano rapporti umani, come se coesistessero, all’interno di un  solo individuo, altri individui fra loro differenti.

Le isole Fortunate è l’opera in cui il vero Io dell’autore sembra affacciarsi, seppur timidamente, fra un verso e l’altro. La poesia può essere letta in chiave introspettiva: gli eteronimi di Pessoa, sebbene trovino in lui vita propria, sono qualcosa che non gli appartengono, sono voci che lascia fluire, sono parole, esigenze e stati d’animo che piovono sui fogli senza un perché, sono come il rumore delle onde che però non è quello del mare. Pessoa indaga la sua anima e giunge così a scoprirne di nuove, la sua poesia irrompe con forza maestosa in una dimensione che esula dalla realtà, quasi fosse una lucida e cosciente follia, qualcosa che esiste ma che non si può vedere, qualcosa che parla ma non si può ascoltare.

Chiunque riesca a navigare in queste acque imprevedibili giunge sulle sponde di isole fortunate, cammina fino ad arrivare a scorgere il proprio Io, scoprendo con sorpresa che non siamo un solo individuo, bensì un caos di emozioni, un turbine di speranze e illusioni, mille voci che si confondono in una sola e, sovente, siamo tutto ciò che non sapevamo di essere. La realtà costringe l’individuo in uno spazio ristretto, lo obbliga ad essere solo ciò che può e deve essere, fino a farli credere che non potrebbe essere nulla al di là di ciò che è.

Ma alla fine ognuno di noi, ogni singolo individuo, è come se fosse un Re che vive aspettando, un monarca che si guarda intorno perduto e spaventato in cerca di una Terra su cui regnare, un uomo in attesa di sapere chi essere davvero.

 

Luigi Patarnello