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Lu rùsciu: Tuddhri, Caranfuli e Cuntrici

dicembre 14, 2014 da redazione

Di questi tempi, siamo tristemente abituati alla chiusura di innumerevoli attività, strangolate da una crisi globale, che sembra attanagliare il mondo intero, ad eccezione di alcune categorie, verso le quali esiste una sorta di immunità assoluta: i politici e il malaffare. Nonostante questa triste “abitudine” che rende tutto ciò quasi “normale”, quando chiude un’attività culturale la tristezza credo debba essere doppia, tripla, decuplicata; nella consapevolezza che ci stiamo impoverendo sempre più, non solo economicamente ma, soprattutto, culturalmente.

La notizia della pubblicazione dell’ultimo numero de “l’alambicco” mi ha colto di sorpresa e, non nascondo, con un pizzico di stizza, nel constatare, ancora una volta, che l’indifferenza, le frivolezze, hanno il sopravvento sull’informazione, la divulgazione delle notizie, la partecipazione alla vita “locale”. Non mi è mai piaciuto dilungarmi su questi temi, perciò utilizzerò il consueto spazio per  congedarmi da voi alla mia maniera, non prima, però, di avere ringraziato quanti hanno consentito la pubblicazione, in tutti questi anni, di questo strumento che ha creato una sorta di legame tra i cittadini soprattutto di S. Cesario ma anche dei paesi limitrofi. Ringrazio la Redazione tutta, i vari collaboratori… ma soprattutto gli affezionati lettori: essere fermato per strada, al supermercato e ricevere i complimenti per la mia rubrica, lu rùsciu, era la gratificazione più grande! Grazie a tutti! Il mio auspicio è che non sia un addio, ma un arrivederci.

Pensando alle “frivolezze”, riflettevo su come e quanto siano cambiati i modi e gli strumenti di gioco in pochi anni, e come abbiano una continua e vorticosa evoluzione, difficilmente sostenibile. Un tempo i giochi e i passatempi erano di una semplicità estrema, richiedevano pochi mezzi e divertivano molto. Oggi sono complicati, sofisticatissimi, costosi e vengono “bruciati” in fretta: li rrecàli te Natale, alli strèi, te la befana nne pàrenu già b’ècchi!

Sarà sicuramente un fatto generazionale, ma non posso fare a meno di sorridere al confronto tra un videogioco che ti costringe a stare seduto, da solo, per ore davanti ad uno schermo, e un gioco qualsiasi del passato con cui  interagivi, all’aperto, con tanti altri ragazzi. Li passatièmpi erano molteplici: campana, staccia, cucchiaparite, parmu… elencarli tutti e parlarne sarebbe impossibile; accennerò quindi a due giochi “di società” che spesso sono confusi e scambiati reciprocamente, all’apparenza quasi simili, ma sostanzialmente diversissimi: li tùddhri (o carànfuli) e li cuntrìci,  le cui origini si perdono nella notte dei tempi.

Li tùddhri sono rappresentati da 5 sassolini più o meno rotondi, dalla forma regolare e proporzionata. Le regole sono ben precise e richiedono una certa abilità e destrezza nel lanciarne in aria alcuni e riprenderli al volo dopo aver eseguito varie “manovre” con quelli rimasti per terra. I passaggi obbligati, oltre al classico 1, 2, 3, 4 e manu china, erano lu làssa e pìja, traballànte, anellu, funtàna, purtùne, furcèddhra, tarànta e infine li punti. Quando un giocatore sbagliava, cedeva la mano al giocatore successivo.

Li cuntrìci  (astràgali o aliòssi) sono degli ossi ricavati dal tallone di un agnello. Questo gioco è antichissimo, tant’è che sono presenti in numerosi reperti archeologici, in molti musei (erano utilizzati anche come monili). Si gioca con 3 cuntrìci  di cui uno viene lanciato in aria e gli altri due lasciati cadere per terra. La combinazione delle diverse sporgenze che ne caratterizzano le 4 facce (inta, mònica, nesse e pèrsa) determinano la vincita o la perdita del giocatore; alcune combinazioni determinano parità, in questo caso si ripete il lancio. I termini delle combinazioni sono molteplici: ìnta, pèrsa, ìnta dùbbula, pèrsa dùbbula, scautàta… e possono variare da paese a paese. Si gioca puntando dei soldi, stabilendo l’ordine di tiro con una conta, e li cuntrìci vengono ceduti in caso di combinazione sfavorevole. Prima del lancio, per scaramazia, si pronunciano frasi propiziatorie del tipo bellìce, mena, mena, cuntrìce miu… oppure cuntrìce te pecura ha stàta, ogne b’ìnta ‘na bona menàta!

Entrambe i giochi un tempo si praticavano per strada, su una piazzetta, un largo o in una corte. Per i tùddhri, però era necessaria una superficie liscia, per agevolare la raccolta “al volo” dei sassolini, mentre per i cùntrici  era indispensabile una superficie “regolare” che li mantenesse fermi una volta “atterrati”; si ricorreva quindi ad una coperta distesa per terra, intorno alla quale sedevano i giocatori, privilegiando, in prima fila, le donne e i bambini.

Tutto ciò è semplicemente un piccolo accenno ai due giochi, i quali meriterebbero un approfondimento. Da parte mia spero di avere stuzzicato la memoria di chi li conosce e magari ci ha giocato, e la curiosità di chi ne ha sentito parlare per la prima volta. Sarebbe bello incontrare per strada un manipolo di ragazzini che hanno lasciato il telefonino a casa e giocano a tùddhri o a cuntrìci, subbra a nu’ temmetàle (o lemmetàle, da “limitare” il limite della casa: la soglia). Buona vita a tutti.

Luigi Pascali