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Ilva connection, parte seconda

maggio 10, 2013 da redazione

La vicenda Ilva, trattata ogni giorno dai giornali, stenta a trovare la strada della risoluzione. E il referendum, atteso da due anni, viene disertato dalla maggioranza dei tarantini

Siamo all’appuntamento numero due del caso ILVA ma, dal nostro precedente articolo (numero di dicembre de l’alambicco), non sono da registrarsi grossi passi in avanti in merito alla situazione dello stabilimento siderurgico tarantino. La stampa locale e nazionale continua a riservare all’argomento grandi spazi quotidiani avendo oramai assurto il caso a emblema della crisi economica e sociale che attanaglia oggigiorno il nostro Paese.

I temi attorno ai quali si condensano tutti gli approfondimenti di tv e carta stampata sono quelli della Responsabilità, dell’Ambiente e del Lavoro, con lo sforzo sempre più arduo di tenere separate le trattazioni visti i contorni sempre più ampi che la vicenda continua ad assumere nel suo complesso.

Per quanto riguarda le responsabilità, le notizie ruotano attorno all’attività della Magistratura che dopo i primi fermi dello scorso luglio, emessi nei confronti di proprietari e dirigenti per i disastri dell’ILVA, adesso si concentra su chi, quei disastri, aveva la funzione ed il dovere di controllare ed evitare. Dallo scorso novembre, le indagini, infatti, si concentrano sul “sistema Archinà”, cioè sulla rete di contatti che l’ex consulente e responsabile delle relazioni con le istituzioni per l’ILVA avrebbe intessuto con autorità politiche al fine di garantire una sorta di immunità operativa per lo stabilimento di Taranto. L’ex assessore all’ambiente della provincia di Taranto, Michele Conserva, e il primo cittadino, Ippazio Stefàno, sono solo alcuni dei nomi recentemente finiti nel registro degli indagati dell’inchiesta “Ambiente svenduto” della procura di Taranto che mira, però, a sfere più elevate. E poiché l’ILVA permea la vita dei cittadini di Taranto in ogni suo aspetto, della stessa rete fanno parte anche giornalisti, periti, professori universitari, lavoratori, esponenti della chiesa, tutti asserviti alla causa Ilva e tutti adeguatamente ricompensati in ragione del loro silenzio e della propaganda sociale in favore dello stabilimento. Sul fronte Ambiente la notizia più rilevante è, invece, quella del referendum del 14 aprile promosso da Taranto Futura e dalle principali associazioni ambientaliste. Come ben sapete, il tanto atteso referendum non ha raggiunto il quorum (50% degli aventi diritto al voto) ed ha, alla fine, privato di ogni valore una consultazione che, proprio per il carattere consultivo, di valore ne aveva già poco.

Il deludente risultato (dei 173 mila aventi diritto al voto, ha votato il 19,55% pari a 33.838 votanti) è però un messaggio chiaro da parte della popolazione tarantina: la salvaguardia del lavoro costituisce, oggi, una questione di emergenza prioritaria rispetto a quella del risanamento e della bonifica ambientale. Per la cronaca, per il primo quesito (“Volete voi cittadini di Taranto, al fine di tutelare la vostra salute nonché la salute dei lavoratori contro l’inquinamento, proporre la chiusura dell’ILVA?”) l’81,29% dei votanti si è espresso per il SI e 17,25% per il NO mentre per il secondo (“Volete voi cittadini di Taranto, al fine di tutelare la vostra salute nonché la salute dei lavoratori proporre la chiusura dell’area a caldo dell’ILVA, maggiore fonte di inquinamento, con conseguente smantellamento dei parchi minerali?”) il 92,62% dei votanti si è espresso per il SI e 5,30% per il NO. Alla luce del risultato tuttavia non si possono risparmiare critiche nei confronti di chi ha formulato i quesiti mettendo in difficoltà molti tarantini intenzionati al voto che, alla fine, hanno desistito per l’assoluta assenza di riferimenti alla salvaguardia dei posti di lavoro. Posti che, di certo, non saranno generati da nessuna grande opera di bonifica a spese dello Stato come in molti continuano ad affermare.

Il tema Lavoro, infine, come detto, è l’emergenza primaria per la popolazione di Taranto, tanto forte da portare i lavoratori a scendere per strada e protestare contro quelle persone che si battono anche per la loro salute ed i loro diritti. Come molti giornali hanno sottolineato, forse, la strada del referendum è stata sbagliata, perché, invece di unire i tarantini, ha alimentato scontri e contrapposizioni a vantaggio del patron Riva. La strada da perseguire deve essere quella della sintesi, non quella della divisione con la speranza che l’Aia (l’autorizzazione integrata ambientale) di oggi possa essere presto sostituita da un piano di bonifica generale dell’area che, con il mantenimento degli attuali livelli di occupazione, restituisca dignità al popolo tarantino.

Concludo con una riflessione che mutuo da un importante giurista italiano in merito all’Ilva: il sacrificio di diritti fondamentali (la salute), che rappresentano un costo economico per le aziende, non risponde, come contrariamente si vuole far intendere, a leggi di mercato moderne che garantiscono stabilità e un miglior posizionamento nel mercato. Come la vicenda ILVA insegna, il prezzo da pagare se quei diritti non vengono rispettati è ancora maggiore. La Costituzione italiana, che quei principi considera fondamentali, ineliminabili e non contrastanti, si rivela pertanto molto più moderna di tutti le leggi economiche in nome delle quali da lungo tempo la si vorrebbe modificare.

Pier Luigi Tondo
pierluigi@alambicco.com