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Il bruco e la farfalla (riflessioni sulla fine)

dicembre 14, 2014 da redazione

Siamo abituati ad associare alla fine un significato negativo, che ci evoca sensazioni non gradevoli, senso di privazione o di mancanza. Tale negatività deriva probabilmente dal senso di vuoto che ci lascia ciò che finisce, ed il cui acme è certamente il vuoto incolmabile e la sensazione di impotenza che proviamo di fronte alla morte di una persona cara. Un antico proverbio africano ci ricorda che: Quando un anziano muore è una biblioteca che brucia. Il tempo in cui abbiamo l’avventura di vivere ci costringe spesso a fare i conti con la fine di qualcosa. Proviamo ad osservare qualche esempio.

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La prima cosa che mi viene in mente è la fine della Costituzione nei luoghi di lavoro. L’uccisione, all’età di anni 44, dello Statuto dei diritti dei lavoratori (Legge 20 maggio 1970, n.300 “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori…”), attraverso la demolizione dell’articolo 18 (che ne era l’architrave) e lo smantellamento dei diritti e delle tutele che le precedenti generazioni avevano conquistato con il sangue ed il sudore di decenni di lotte. Ci aveva provato inutilmente dodici anni fa Berlusconi a cancellare la pari dignità tra lavoratori e datori di lavoro, ma si era scontrato con un muro di resistenza umana: l’immensa forza tranquilla, come la definì allora Eugenio Scalfari, di tre milioni di persone riunite al circo massimo il 23 di marzo del 2002. C’è riuscito oggi Renzi con l’impronunciabile “GiobbAct”, i cui meravigliosi effetti e progressivi sull’occupazione siamo ansiosi di vedere dispiegarsi nei prossimi mesi. (Ma non sappiamo se ci sarà ancora questo giornale a raccontarceli…). O, per dirla meglio,
E non so se avrò gli amici a farmi il coro
o se avrò soltanto volti sconosciuti
canterò le mie canzoni a tutti loro
e alla fine della strada
potrò dire che i miei giorni li ho vissuti.

(Pierangelo Bertoli – A muso duro, 1979)

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Qualcosa di simile potremmo dire a proposito della fine della bellezza e del paesaggio a cui il famigerato (ed inguardabile) decretino “Sblocca Italia” o se preferite “Sciocca Italia” costringerà il (fu) Bel Paese. Facendo più danni irreversibili di quelli che riuscirono a fare i famigerati condoni del passato tremontiano. A meno che la Ragione non si svegli dal sonno profondo in cui è precipitata (o almeno la Regione non impugni lo scempio prossimo venturo dinanzi alla Corte Costituzionale – perché come sappiamo anche il sonno della Regione genera mostri…).

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Un’altra fine di cui vorrei parlarvi, dopo l’omicidio dei diritti e quello dell’ambiente, è in realtà un tentativo di suicidio: mi riferisco alla volontà di autodistruzione di un MoVimento che aveva suscitato solo un anno fa grandi speranze in milioni di cittadini di questo Paese, e che oggi rischia di accartocciarsi su se stesso sotto il peso di divieti assurdi ed espulsioni incomprensibili, imposte da una leadership allo sbando in violazione delle regole e delle procedure che gli stessi inquisitori avevano fissato. E mentre volano gli stracci e gli scontrini, si impedisce ai militanti di parlare e confrontarsi tra loro, ed ai cittadini eletti di parlare e confrontarsi col mondo reale al di fuori del sacro blog e dei suoi oscuri sacerdoti medievali duepuntozero.

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Sento già qualcuno dei miei ventiquattro lettori chiedersi: perché dopo aver cercato per anni di coltivare su queste pagine l’ottimismo della volontà raccontandoci di bicchieri mezzi pieni anche quando c’era rimasta solo più un po’ di condensa, oggi ci vuoi salutare con questa alluvione di pessimismo cosmico? Avete ragione. In verità c’è fine e fine. Non tutte le fini sono uguali. Provo a fare qualche esempio. Ci avviciniamo alla fine dell’anno, ma probabilmente nessuno di noi vive con particolare angoscia la fine di questo tempo in cui pure abbiamo trascorso la nostra vita negli ultimi mesi. Anzi. Ed allo stesso modo, anche se gli anni della scuola superiore sono spesso tra i più belli della vita, la loro fine non è certo vissuta con dispiacere o sconforto. Tutt’altro.

La differenza sta nelle aspettative per il futuro. In questi ultimi due esempi la fine di un periodo è un semplice passaggio, la condizione per avviarsi verso un nuovo periodo ancora colmo di speranze e potenzialità. Negli esempi precedenti la fine dei diritti, dell’ambiente, delle speranze di cambiamento non lasciano spazio se non al dolore, alla rabbia o alla rassegnazione. Ecco allora dalle cronache delle ultime settimane un paio di antidoti a questi sentimenti: ai primi di dicembre il Tar del Lazio ha respinto la sospensiva richiesta da Tap contro l’ordinanza di ottobre del Comune di Melendugno che ha bloccato i carotaggi lungo il tracciato a terra del gasdotto. Dimostrando che anche un piccolo Comune, con serietà, coerenza, competenza, e con il coinvolgimento dei cittadini può fronteggiare con successo un consorzio di ricchissime multinazionali. Fine della rassegnazione e dell’alibi dell’impotenza.

Negli stessi giorni abbiamo scoperto che l’allarme sociale nei confronti della pericolosa panda rossa del sindaco di Roma che girava a sue spese nella città che amministra era alimentato ad arte da chi nel frattempo (con metodi mafiosi e sotto la guida di un terrorista sanguinario) si stava sbranando la città eterna (sembra di essere passati da Roma città aperta a Ro-Manzo criminale). Fine della banda, della farsa buonista e dell’indignazione sul nulla. Non necessariamente dobbiamo dunque assegnare un valore negativo alla fine. La teoria delle catastrofi creative ci spiega come la fine di qualcosa possa a volte sprigionare energie positive ed imprimere una inattesa accelerazione alla storia.

Dove finisce un alambicco ci aspettiamo di trovare della buona grappa. Se davvero (ma noi ancora osiamo sperare di no) la storia - bella, preziosa e nobile - del giornale che avete fra le mani volge al termine, almeno nella forma che abbiamo conosciuto ed apprezzato in tutti questi anni, è lecito aspettarsi che i semi che sono stati gettati in questi anni in ciascun lettore di queste pagine, e nel tessuto sociale delle comunità di San Cesario, Lequile, Cavallino e San Donato, possano generare nuovi fiori e copiosi frutti.

Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla. (Lao Tze)

Nonna Papera