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I miei desideri in versi

ottobre 11, 2013 da redazione

Anna Lorena Rizzo ci racconta la sua seconda raccolta di poesie

Lorena, come nasce questo libro e di cosa parla?

A dire il vero questo non è il mio primo libro. Ne ho già scritto un altro. Entrambi sono dei libretti di poesie. Attraverso i miei versi vorrei presentarmi. Vorrei che coloro che leggeranno le mie poesie possano capire qualcosa in più di chi in realtà io sia, qual è il mio pensiero, quali sono i miei sogni. Sono una ragazza come tante, che ha idee, programmi, che però per una serie di circostanze della vita non ha avuto ancora la possibilità di concretizzare, di portare a termine. Mi è sembrato un modo diverso per farmi conoscere quello di mettere nero su bianco questi miei sentimenti e di condividerli con altre persone. Spesso si pensa che chi ha un handicap ha solo un pensiero nella mente: come muoversi, come superare quell’ostacolo e tutto finisce lì. In realtà, nel nostro cuore ci sono progetti, ambizioni, desideri come quelli di chiunque altro.

Cosa ti ha spinto a scrivere?

Tutto è partito da un periodo di depressione. Rabbia, dolore, indolenza, apatia erano alcuni dei sentimenti che covavo dentro e che avevano voglia di uscire. Partendo proprio da tutte queste emozioni ho iniziato a tirare fuori quel che provavo scrivendo. Attraverso le poesie narro le emozioni che hanno caratterizzato la mia vita; non a caso il titolo del mio primo libro è Emozioni. Mentre questo mio ultimo lavoro, I Diritti, è sempre un libro di poesie ma che hanno come tema centrale i vari problemi che tutti i giorni si affrontano. In particolare si parla delle difficoltà, come l’abbandono e i maltrattamenti, subiti dalle donne e dai bambini.

Qual è la poesia a cui sei particolarmente legata o che meglio ti rappresenta?

Ho due poesie a cui sono particolarmente legata: la prima ha per titolo Fortuna, è quella che mi rappresenta meglio, l’ho dedicata a me. Non accettavo il mio handicap e ho immaginato che se la “Fortuna” fosse stata dalla mia parte e mi avesse aiutato forse sarei stata diversa, sarei stata una ragazza normale. La seconda poesia è dedicata a un figlio che avrei voluto, un desiderio, un sogno che la vita non mi ha concesso. Vorrei concludere lanciando un messaggio soprattutto alle nuove generazioni: è arrivato il momento di capire e cambiare mentalità, di avere maggior rispetto per i portati di handicap perché il disabile non è chi non usa le gambe, ma chi non usa il cervello.

 

Antonella Perrone
antonella@alambicco.com