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Dallo Zanchi a San Siro

marzo 2, 2014 da redazione

Partito da San Cesario per diventare una grande firma della Gazzetta dello Sport, Carlo Laudisa ripercorre per l’alambicco il suo percorso nel mondo del calcio, tra tanti ricordi di gioventù e riflessioni (amare) sul presente e il futuro giallorosso

Una finestra sul Salento io la tengo aperta da quell’1 marzo 1987 in cui scelsi di lasciarlo. Niente fughe o tradimenti bensì semplici opportunità professionali. Ora l’alambicco mi dà questa ghiotta occasione di sfidare la memoria e agganciare i ricordi all’oggi. San Cesario per me è l’oasi di un bel gruppo di cugini felici a giocare in via Terragno e con le impertinenti visite a Ezechiele Leandro, quel tipo troppo strano per passare inosservato anche ai nostri occhi di ragazzi. Poi le occasioni si diradano, ma restano alcune piacevoli consuetudini. I tornei di calcio al campo Zanchi, i primi articoli su Robi Rizzo e Gigi Garzya. E soprattutto quell’Italia-Germania visto al bar in piazza l’11 luglio ’82. Una festa unica, flash indimenticabili. Erano gli anni della nascita di “Quotidiano”, dell’ascesa del Lecce di Franco Jurlano e Mimmo Cataldo e di quell’onda verde targata Eugenio Fascetti. Io a masticare calcio e giornalismo in un ambiente unico e irripetibile. La passione coinvolge tutti, ad ogni angolo.

Quel che mi succede ha dell’incredibile. Metto piede in redazione e come primo compito seguo le giovanili giallorosse. Poi, il debutto di Pasquale Bruno in serie B coincide con il mio primo pezzo sulla prima squadra. Ne seguiranno tanti altri. In breve il tifoso deve far strada al cronista e immaginate l’entusiasmo di un ventenne chiamato a vivere dal di dentro la nascita di un giornale che diventa in breve la voce di una comunità, all'improvviso uscita da un oblìo secolare. Finalmente Lecce si sente protagonista e quel progetto editoriale sposa le esigenze di un territorio troppo a lungo rimasto a guardare la storia che avanza. C’è bisogno di una scossa, di una modernizzazione complessiva. A cominciare da una presa di coscienza della propria identità.

E il calcio è uno dei principali emblemi di questo rinnovamento ormai irrefrenabile. Nel ’76 la squadra di Mimino Renna è tornata in B dopo ben 27 anni di anonimato nella vecchia C. Troppi gli arretrati, troppe le attese per perdere il pur minimo appuntamento con la storia. Altri tempi... Un esempio su tutti le emozioni di quell’incredibile pomeriggio dei primi di settembre del ’76 che resteranno indelebili. A Lecce sbarcano i campioni d’Italia del Torino di Gigi Radice per la Coppa Italia. I debuttanti la fanno grossa: Loddi e Montenegro (i cannonieri della C) firmano la sorprendente vittoria giallorossa, oscurando per un giorno i goleador granata Graziani e Pulici. Il momentaneo pareggio di Pecci non riesce ad arginare i padroni di casa e la comprensibile euforia di una folla in visibilio. I trentamila del Via del Mare mi fanno ancora venire i brividi, con la gente felice della propria ingenuità. La serie B ha i suoi alti e bassi, ma tutti remano verso il grande sogno.

Quando il 2 dicembre del 1983 la vita di Michele Lorusso e Ciro Pezzella si schianta in un curvone all'ingresso di Mola di Bari tutta la città si stringe nel dolore ma trova la forza per ripartire. Cataldo ottiene i prestiti di Ezio Rossi e Alberto Di Chiara, due giovanotti che saranno tra i protagonisti della storica cavalcata della stagione successiva. Tante vittorie prese per i capelli, molte nei minuti finali, sulla spinta di un gruppo che fa del “casino organizzato” il suo marchio di fabbrica e manda in delirio un pubblico che non crede ai propri occhi. Quella prima serie A divorata a morsi era il tesoro di una terra vergine e incantata. Pochi mezzi, un entusiasmo enorme per un’avventura che ormai non ha eguali. Ora che la crisi irreversibile del calcio italiano mette in ginocchio anche i grandi club, piegati dalla concorrenza internazionale, appare difficile comprendere come la minuscola Lecce possa vantare ben quindici campionati nella massima serie. Sorvolo sulle imprese degli anni successivi con i Semeraro e la preziosa gestione Corvino. Stagioni con generosi investimenti della proprietà e intelligenti politiche di sviluppo del vivaio ad opera del manager di Vernole. Si affermano i Ledesma, i Vucinic e i Boijnov, ma soprattutto la ruota va. Tutto appare facile, quasi scontato. E con il senno di poi è facile dedurre che certe impuntature, alcuni personalismi, alla lunga hanno determinato danni incommensurabili, a cominciare dal doloroso disimpegno della famiglia Semeraro.

Purtroppo quegli anni da sogno sono alle spalle. Forse anche perché molti hanno dato per scontato quel bene che era in realtà il frutto di un privilegio collettivo. La Taranta, il turismo da amare sono venuti dopo. Il Salento s’è fatto conoscere con il calcio e con orgoglio ricordo gli sforzi per convincere i capi in “Gazzetta” che la squadra giallorossa non era pugliese ma salentina. Ora tutti lo sanno e lo apprezzano. Guai, però, a dare le cose per scontate. Prendiamo il calcio, ora sprofondato in Lega Pro, in balía di un futuro senza un’anima. Non è colpa de li furestieri se Lecce ormai fa da comparsa. Dov’è finita la genuina molla di un tempo? Come mai i Conte e i Moriero non trovano eredi? Anche senza i mecenati Lecce merita di ritrovare un'identità e quella spensieratezza ormai smarrita. Non è una questione di categoria. Semmai di orgoglio.

Carlo Laudisa