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C’era una volta il medico di famiglia

ottobre 31, 2014 da redazione

In un libro nostalgico e tenero, Barlumi di ricordi, Cesare Armentano ha raccolto una serie di cartoline dall’infazia e l’adolescenza, testimonianza di una società che non esiste più. Eccone una in esclusiva.

Quando uno di noi aveva la febbre, la mamma chiamava il dottore Leuzzi che aveva instaurato con noi un rapporto familiare. Il medico arrivava, di solito, verso mezzogiorno. Un giorno mia madre lo chiamò perché avevo la febbre: "Mescia Ttina, buongiorno! Che bell’odore! Che corre oggi?”. “Dottore - rispondeva mia madre - ho preso un po’ di pesce allu mercatu te la chiazza. Oggi, vermicelli al sugo di pesce e, dopo, pesce a zuppa. Volete favorire?”. “Grazie, no ma na tazza di caffè la prendo volentieri!”. E avviandosi verso la camera da letto, notando sul tavolo della verdura chiese: “E queste che sono?”. “Scarole. Le facciamo in casseruola, buttano un odore che riempie tutta la casa”. “Lo dirò a mia moglie. Voglio farle anche io. Be’, chi è malato?”. “Cesare ha la febbre da ieri sera”. “Vediamo, ma sarà iemte. Quello ha i sette spiriti”. Il dottore entrò, si sedette, abbassò il termometro che aveva tirato fuori e me lo mise bene sotto l’ascella. Intorno al letto si formò un cerchio: la mamma ed il resto della famiglia.

Quegli attimi per me, nonostante la febbre, erano salutari, cerchi d’affetto e di bene da parte dei miei cari, mi sono rimasti scolpiti nella memoria per sempre. Il medico nel’attesa sorseggiava il caffè, mentre la conversazione dei miei continuava. Passati i dieci minuti, ritirava il termometro e leggeva la febbre: “trentotto e due”. Cominciò la visita poggiando la testa coi capelli a spazzola sul mio petto, auscultava, mi faceva respirare e, chiedendomi di pronunciare il numero trentatrè, mi tastava la pancia. Si fece portare un cucchiio e guardò. Scrisse la ricetta: tre cucchiai al giorno di uno sciroppo i cui ingredienti andava minuziosamente elencando. Il giorno dopo, purga, essenziale il digiuno: solo brodo vegetale e alla sera una tazza di latte. Ripassò il giorno dopo. Ancora qualche decimo di febbre. “Dottore - supplicavo - posso mangiare?”. “Tu solo a quello pensi” rispondeva lui. Io avevo una fame terribile. Dalla sala da pranzo arrivavano nella stanza del malato il rumore delle posate e gli odori dei cibi che eccitavano il mio appetito. Un vero martirio. Piagnucolavo. Ma il medico consigliava ancora un giorno di digiuno. Mamma chiese: “Dottore, un po’ di pastina che male può fargli?”. “Sì, un po’ di pastina sì”. “E che ne dite se per non farlo indebolire aggiungo un po’ di pesce in bianco?”. “Eh, sì, poco poco però”. “E un po’ di frutta cotta con lo zucchero può prenderla?”. “Eh, sì, un poco di frutta cotta aiuta”. Il dottore Leuzzi, bonariamente, acconsentiva, come al solito, e queste amorevoli risposte, date per non dispiacere, tutto sommato erano il segno della buona salute che si stava recuperando. Come era dolce la confidenza col medico di famiglia! Resta uno dei ricordi più belli dell’infanzia.

Cesare Armentano