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American Hustle

gennaio 27, 2014 da redazione

American Hustle

 

AMERICAN HUSTLE - L'APPARENZA INGANNA (Usa 2013)

Regia: David O. Russell
Cast: Christian Bale - Bradley Cooper - Amy Adams -Jennifer Lawrence .

Irving Rosenfeld (C. Bale), proprietario di alcune lavanderie, per anni aveva truffato persone disperate promettendo grossi prestiti in cambio di una parcella per la sua mediazione con le banche. Incastrato assieme alla sua socia e amante Sydney Prosser (A. Adams), viene costretto dall'agente Richie DiMaso (B. Cooper) ad aiutare l'FBI nell'organizzare una trappola-truffa ai danni di politici corrotti. Nessuno però aveva fatto i conti con la moglie (J. Lawrence) di Irving, una donna ingombrante e problematica.

Film ispirato alla vera storia di Mel Winberg artista della truffa che tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta collaborò con l'FBI per incastrare politici corrotti in cambio dell'impunità per i suoi crimini.  Gli entusiastici commenti per questo film non si contano, pare che il mondo della critica cinematografica faccia a gara per esaltare American Hustle. Tanto entusiasmo è però forse dovuto alla pioggia di nomination agli Oscar che rischia di "drogare" il giudizio sul film e anche dalla maniera di girare di David O. Russel che tende sempre ad esaltare gli interpreti.

Mi spiego meglio. Il regista di Three Kings (1999) nei suoi lavori successivi, tutti di buon livello, ha sempre puntato sulla prestazione personale dei protagonisti, favorendoli sovraccaricando i personaggi e riuscendo (gli va dato atto di essere un gran direttore di attori) cosi ad ottenere performance straordinarie, prova ne sia il fatto che gli interpreti dei suoi precedenti due film (The fighter, 2010 e Il lato positivo, 2012) tutti riuniti in questo suo ultimo lavoro, hanno ottenuto tre Oscar e sette nomination.

E' ovvio che interpretazioni di assoluto valore portano in dote al film gran beneficio, facendo passare in secondo piano la storia e il modo di raccontarla (gran furbata) e questo American Hustle non sfugge al collaudato metodo di lavoro di David O. Russel. In questo contesto è naturale che per favorire interpretazioni al limite della parodia tutti i personaggi siano anche esteticamente eccessivi e cosi spunta imponente la pancia di Bale, il ciuffo a banana di Renner, gli occhiali di De Niro.

Il film è confezionato alla grande: costumi, musiche, trucco e parrucco seventies; le citazioni de Il Monello (1921) e Per un pugno di dollari (1964); la frammentazione narrativa e la tecnica di ripresa con le brusche zoomate stile cinema di genere anni '70 affascinano lo spettatore e danno forza al film. Quello che fa storcere il naso è che per tutta la durata (eccessiva) del film si ha la certezza che, come detto in precedenza, il regista si concentri quasi esclusivamente sull'aspetto estetico e sulla messa in scena, tralasciando, con dolo, l'originalità e la modalità del racconto e il finale sbrigativo ne è la prova lampante. Inoltre il regista si sforza di rendere simpatici i truffatori, un po' troppo intrisi di buoni sentimenti salvo poi commettere peccati dai quali risulta essere faticoso assolverli.

In definitiva, per chi scrive, American Hustle risulta essere un godibilissimo film che mescola dramma e commedia basandosi su realtà storiche, che merita un'attenta visione e che farà incetta di statuette, non fosse altro perché studiato, concepito e realizzato a quello scopo, ma è lontano dall'essere un capolavoro come si sente dire da più parti. Come già accennato, grandi interpretazioni degli attori, con l'ottima Amy Adams, mai cosi sexy, una spanna sopra gli altri e la ventitreenne Jennifer Lawrence in versione svitata e cafona che conferma le sue grandi doti intrpretative (un ruolo come il suo di solito viene offerto alle quarantenni nel pieno della maturità artistica), dimostrando che l'Oscar dello scorso anno non è stato un caso.

Breve apparizione anche per Robert De Niro in una sequenza che fa tremar le vene e i polsi (cit.).

(in sala dal 01/01/2014)

 

L'apparenza (non) inganna

Finita la consueta recensione, qualora il cortese lettore mi volesse usare la gentilezza di continuare a leggere quanto ho da dire, potrebbe approfondire un aspetto che, chi scrive, ritiene la cosa più interessante della pellicola in questione.

Al di là del valore del film, dell'ampio target di pubblico a cui si rivolge, della furbata riguardante la data di uscita (a ridosso dei golden globe e delle nomination all'Oscar),del tentativo di coniugare cinema verità e intrattenimento, il regista David O. Russel, merita di essere apprezzato perché marchia a fuoco American Hustle con una scelta registica tramite la quale rivendica (sfacciatamente e giustamente) il suo essere autore e non semplice regista ingaggiato per l'occorrenza dai produttori.

Infatti la regia era stata offerta a Ben Affleck (probabilmente per la sua sintonia con gli anni '70 evidenziata in Argo) e solo dopo il rifiuto di quest'ultimo è stato ingaggiato David O. Russel. che però ha preteso di rivedere la sceneggiatura (insieme all'autore Eric Singer) allo scopo di rendere più personale il film e di fare di American Hustle il terzo capitolo di una trilogia comprendente The Fighter e Il lato positivo, su persone che cercano di rifarsi una vita.

Come rivendica il suo essere autore David O. Russel?

Poniamo l'attenzione sul fatto che il film parla di truffe, finzioni, bluff e che ognuno dei protagonisti finge si essere quello che non è al solo scopo di portare a termine la truffa. Poi c'è la vita reale dei protagonisti, ed è qui che il regista assesta il proprio colpo autoriale.

Procediamo con ordine.

Irving/Bale è l'organizzatore delle truffe, il genio del raggiro. Alle vittime si presenta come consulente, intermediario, procacciatore d'affari senza ricorrere a mascheramenti vari. Ad inizio film, nel privato, il regista ce lo mostra mentre compie l'operazione che è costretto a fare tutte le mattine per nascondere la propria calvizie, ricorrendo a collanti e capelli posticci. Attività che nulla a che vedere con il suo essere truffatore.
Sydney/Adams è l'amante e complice di Irving. Nella vita finge di essere inglese, indossa abiti scollatissimi e si innamora del poliziotto Richie. Nel privato della propria vera vita la vediamo in bigodini, struccata, insicura e in lacrime.
Richie/Cooper è un agente dell'FBI neanche tanto sveglio, ma arrogante, presuntuoso, sicuro di sé. Nella vita privata è succube di madre e fidanzata, ricorre a mini bigodini per rendere riccia la propria capigliatura.
Rosalyn/Lawrence non ha nessun ruolo nelle truffe, nei rapporti con il marito Irving è immatura, svampita, incapace di badare al figlio, ingenua. Al momento opportuno si rivelerà molto più furba di quello che sembra.
La frase: il sesso tra Richie e Sydney non sarà mai consumato "non lo facciamo fin quando non siamo sicuri che è vero".

Facendo attenzione a quanto sopra se ne deduce che il regista viaggia su due differenti livelli: quello che dovrebbe essere il film, la rappresentazione della storia cioè le truffe e quella che dovrebbe essere la vita reale dei protagonisti (sottolineata dalla voce fuori campo) che risulta anch'essa essere falsata. Tutto è quindi finzione, non solo "sul lavoro" ma anche nella vita reale nessuno è ciò che sembra. Con questa trovata gli interpreti sono catapultati nella parte di personaggi che recitano a loro volta.

E' questa la scelta di David O. Russel, che inevitabilmente corrode quasi dalle fondamenta la storia, ma che fa di lui senza dubbio un regista-autore e non un semplice professionista al servizio di Hollywood.

Per il sottoscritto, è questo il motivo di maggior interesse del film, che contemporaneamente ne rappresenta anche uno dei limiti.

Fabrizio Luperto